Dolce Pasqua con sapore africano

Dolce Pasqua con sapore africano

La Pasqua sia in Italia che nel resto del mondo viene vissuta come un periodo pieno di tradizioni, condivisione e pace spirituale. Ogni anno, i ricordi della Settimana Santa in Colombia tornano nella mente di ogni emigrato ed `e quando ci risulta impossibile non evocare i frutti tropicali. L’aroma che disperdono ed il loro sapore furono probabilmente alcuni tra gli elementi che fecero estasiare gli antichi coloni spagnoli, i quali non si sarebbero staccati dalle tradizioni dolciarie europee di Pasqua se non fosse per l’inserimento della manodopera africana nelle loro tavole. Per rendere piú semplice questa traversata di indole gastronomica sarebbe importante ricordare che la Regione Caraibica colombiana  è stata lo scenario di grandi fusioni ed ibridazioni culturali ed é proprio questo aspetto che rende unica la nostra gastronomia pasquale. Soltanto a metá del Secolo XIX, gli schiavi colombiani ricevettero la libertá, fatto storico che fece sdoganare le ricette che avevano ideato e cucinato per i grandi signori terrieri durante il periodo coloniale.

Dolci di tutti i tipi di frutti tropicali. Barranquilla, Colombia

Il paese di Palenque  (voce di origine Bantú)  nella Provincia del Bolívar  sarebbe il territorio dove gli schiavi si stabilirono prima e dopo il periodo libertario e da dove provengono le piú variegate delizie gastronomiche pasquali, tutte rigorosamente a base di frutta tropicale e miglio, zucchero,  latte di mucca e di cocco ed altre spezie. Pare che durante il periodo della schiavitú, le popolazioni africane trovarono diversi elementi appartenenti non solo alla natura colombiana, ma ugualmente reperibili nella loro terra di origine. In questa maniera, frutti nostrani come cocco, papaya, ananas, tamarindo, banana, platano, goiaba, nonché dei tuberi come la patata, il Ñame e la mandioca furono utilizzati nelle cucine dei coloni spagnoli e creoli (i discendenti degli spagnoli) ai fini di perpetuare la usanza europea del dolce di Pasqua.

Mani africane, sapientemente consapevoli della ricchezza di sapori che essi profumavano nell’aria,  si occupavano di sbucciare i frutti e di rompere le noci di cocco per dopo grattugiare finemente la polpa  fino ad ottenere una purea alla quale si aggiungeva dello zucchero di canna, il latte munto (in alcuni casi), la cannella e i chiodi di garofano. Una preparazione minuziosa che richiedeva parecchie ore e molta cura, oltre che l’utilizzo di una pentola in ceramica o in fango cotto e d’un grosso cucchiaio di legno. A pensarci, si potrebbe dedurre  che la preparazione abbia una similitudine con quella usata nelle marmellate, ma i tempi di conservazione differiscono notevolmente dato che tuttora oggi, come una volta, non si impiegano delle sostanze chimiche che possano preservare il composto per oltre una settimana, dalla Domenica delle Palme fino alla Domenica di Risurrezione.

L’infermiera Librada Torres e la Dott.ssa Lesvi Parra portano dei dolci al posto di lavoro. Cartagena di Indias, Colombia. Foto, Cortesia di Lesvi Parra.

Nella Colombia odierna (nei dipartimenti o province di Bolívar ed Atlántico), non esiste famiglia, single o turista  che non venga attratto sia dai profumi che dai colori dei dolci di “Semana Santa”, un periodo in cui gli afrodiscendenti escono  ai parchi, piazzette, davanti ai supermercati e persino dentro ai centri commerciali per arredare i loro tavoli con i colori e gli aromi piú invitanti, dimostrando che nonostante la violenza di cui sono stati succubi e la margninalitá di cui ancora lottano per uscirne, siano loro i veri eredi di un patrimonio gastronomico tramandato da generazioni.

Inoltre, la condivisione delle leccornie pasquali si fa presente in tutti i quartieri delle grandi cittá come Barranquilla e Cartagena di Indias, dove tuttora sussiste l’usanza di scambiare dei dolci con il vicino di appartamento o di casa, di portarli come omaggio a casa dei nonni o dei parenti o tra amici, colleghi e fidanzati. Lesvi Parra, medico ed afrodiscendente di Cartagena ci racconta che se ben lei non prepari dei dolci perché la sua nonna fece segreto del metodo di preparazione, aiuta a  promuovere il festival del suo quartiere, denominato “Feria del Dulce” dove i vicini presentano le proprie creazioni gastronomiche e si riuniscono per ricavare dei fondi a scopo sociale e comunitario. I bambini cantano mentre le tradizioni gastronomiche restano.

Il dolce de Ñame (originario di San Cayetano, Bolívar)

Ph @Zapatosa Fantástica Ecoturismo Colombia. Via Facebook

Qualunque  donna che provenga dalla Costa Caraibica Colombiana, con delle radici ancorate nei paesi dell’entroterra, ha avuto l’occasione di assaporare i “dolci di Semana Santa”. Ana Cecilia Cervantes, colombiana e residente  a Barcellona ci racconta un bellissimo passaggio delle proprie tradizioni: “Questo elisir che mia madre cucinava con tanta premura doveva resistere per tutta una settimana, visto che a casa confluivano parenti ed ospiti durante quel periodo. La Domenica delle Palme arrivavano a casa mia i litri di latte che mia madre si faceva procurare appositamente da un fornitore riconosciuto, perché altrimenti si correva il rischio di rovinare il dolce, dato che “la consistenza non sarebbe venuta uguale”.  Oltre al latte arrivavano dei chili di zucchero, cannella, uva sultanina ed infine, il Ñame, un tubero grande e robusto di origine africana ma che cresce nel nostro territorio. Mi ricordo della preparazione come un via vai di persone che rimescolovano senza sosta allo scopo di evitare che il latte si bruciasse o che lo zucchero rimanesse attaccato in fondo alla pentola. Lo facevamo a turni ed in un certo ordine: prima la mamma, dopo mia sorella, le mie cugine fino ad arrivare a me, la piú piccola tra tutte”.

La tradizione sbarca in Italia

Le avventure della sottoscritta sono di antologia. Sin dai tempi in cui non esistevano i social media, feci parecchi tentativi per farmi dare le ricette via e mail o tramite telefonata e cosí riuscire a trapiantare la tradizione dei  dolci di papaya e cocco che faceva mia zia. La mia famiglia materna proviene in parte dalla provincia del Bolívar, per cui prepararli oltre che essere un must, era diventata una ossessione. All’inizio, persi la speranza di ottenere un risultato degno e mi lasciai invogliare dai dolci pasquali bolognesi nonché delle creazioni cioccolatiere che popolano il mercato dolciario italiano. Memorabile risulta l’occasione in cui  nel lontano 2004 quando ancora non erano reperibili né la farina di cocco ne il cocco grattugiato, presi una noce di cocco, la scaraventai a terra sul balcone del mio appartamento per dopo disfarmi le mani per grattugiarlo. Gli ospiti a casa mia rimasero deliziati e contenti di scambiare sapori mai assaggiati ed inusuali. Da quei tempi imparai che la Pasqua, cosí come tutte le tradizioni che ci accomunano, é composta da momenti di condivisione e di scambio che arricchiscono la nostra vita e quella dei nostri figli ed amici, perché fanno anche parte dello zaino che portiamo in spalla e ci accompagnano in quella zattera che a livello simbolico rappresenta quel  nostro lungo viaggio come immigrati.

BUONA PASQUA A TUTTI!

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