Si fa presto a dire libertà

Murale con l'immagine della partigiana Irma Bandiera, Bologna. Foto, Bologna Welcome

Mia nonna Anna aveva 17 anni quando il 25 aprile del 1945 un carro armato americano entrò nel suo paesino devastato dalla guerra. L’euforia era incontenibile, le notizie ufficiali ancora incomplete, ma soprattutto era inimmaginabile il futuro di pace che si prospettava. Una sola certezza: la guerra era finita e il domani profumava già di libertà. Niente più sirene a interrompere il riposo guardingo della gente, a far sprofondare nel baratro del terrore quella vita di per sé già misera e precaria. Niente più notti insonni trascorse nel tunnel rifugio sotto i bombardamenti, sperduti nell’oscurità fetida, ammassati come delle bestie ad aspettare, tra il pianto dei bambini e i volti rassegnati di chi credeva che quel giorno non l’avrebbe mai vissuto. Oggi quel tunnel non esiste più, io non l’ho neanche mai visto eppure mi sembra di conoscere alla perfezione le sue sporche viscere. Sento la terra scricchiolare sotto i piedi, l’aria irrespirabile, percepisco la paura e il dolore delle persone quando i ricordi di mia nonna tornano al presente, riaprono quel varco e insieme lo attraversiamo.

Anna Leo, la nonna. Foto collezione privata , Francesca Crispo

Tutti avevano più di un motivo per festeggiare il 25 aprile del 1945. In qualche modo il destino di un’Italia profondamente ferita, ma che si sarebbe ripresa non senza difficoltà, si intrecciava con quello personale di migliaia di uomini e donne che in cuor loro avevano già dato una forma al domani. “Andiamo a salutare i soldati, Anna!”. Mia nonna riuscì a procurarsi un vestito, lo indossò per la prima volta senza dover chiedere il permesso a suo padre Nicola, come fece anche per quel filo di rossetto sulle labbra. E con la speranza plasmata in un sorriso e qualche fiore sotto al braccio, fu tutto un correre, abbracciarsi, salutare da lontano…

Ho sempre creduto di aver ereditato, assieme al racconto di quel giorno, una grande responsabilità: la memoria. Il peso non fatturabile da mettere sempre in valigia, quella che per anni ho fatto e disfatto decine di volte nei miei arrabattati traslochi tra l’Italia e la Spagna. La memoria a farmi compagnia, a ricordarmi chi fossi e da dove venissi. La mia libertà era tutta lì, in quell’andare e venire a mio piacimento: un diritto ereditato e mai conquistato che la rende, in questo presente che mi vuole lontana dalla mia terra, il dono più prezioso. Lo dico con molta nostalgia, ma altrettanta gratitudine per l’opportunità che rappresenta nel lungo percorso di definizione della mia identità la condizione di emigrante, della quale si parla spesso solo come una condanna.

Tante volte mi chiedo: “Che posto c’è per la ‘me’ vecchia nello ‘spazio nuovo’? Riuscirò mai a far combaciare alla perfezione i pezzi di questo puzzle senza forzarli? E in che modo? Dovrò rinunciare comunque a qualcosa?” Sono solo alcune delle domande che risuonano ogni giorno nella mia testa. Ho sperimentato sulla mia pelle che emigrare comporta inevitabilmente una sorta di rinnegazione inconscia del proprio passato. Quando si fanno le valigie e si parte per stabilirsi altrove, si è troppo occupati a ripensarsi, a negoziare il proprio spazio, la propria ‘voce in capitolo’ in un contesto che ospita ma difficilmente ammette repliche e lezioni dall’altro.

Graffiti sul 12 Ottobre. Foto Francesca Crispo
Graffiti sul 12 ottobre. Foto, Francesca Crispo

Quando mi sono trasferita in Spagna sono stata rapidamente inghiottita da una realtà che oggi mi lega a questo luogo attraverso i ricordi di un passato recente, fresco, che integrano la memoria e appesantiscono la mia valigia. Vivo a Madrid da qualche anno e faccio un lavoro nel quale condivido l’ufficio con colleghi spagnoli e italiani. Parlo, scrivo, leggo quotidianamente nelle due lingue, seguo il calendario lavorativo del mio Paese ma i miei orari e molte delle mie abitudini si sono dovuti ‘arrendere’ alla nuova realtà. Dopotutto, il rischio di perdersi in questo gioco della sopravvivenza è dietro l’angolo. Il mio filo di Arianna l’ho trovato solo poco tempo fa. È sempre stato lì ma ci ho messo un po’ per vederlo. È successo lo scorso 12 ottobre, giorno in cui la Spagna celebra la sua festa nazionale. Día de la Hispanidad o Día del Pilar, dal nome della Vergine Maria, patrona del Paese, chiamato anche Día de la raza (Il giorno della razza) in un passato non molto lontano. La legge che ha istituito questa festività spiega che la data “ricorda gli eventi storici durante i quali la Spagna, per portare a termine un processo di costruzione dello Stato a partire dalla nostra diversità culturale e politica, e l’integrazione dei regni di Spagna in un’unica monarchia, inizia un periodo di proiezione linguistica e culturale al di là delle frontiere europee”. In altre parole, e grazie all’abilità che ha questa lingua, forte della sua bellezza, di addolcire ogni contenuto, si commemora la scoperta dell’America (si sostituisca ‘scoperta’ con il sinonimo ritenuto più consono…).

Quel giorno mi sono successe un po’ di cose che mi hanno fatto riflettere su alcuni aspetti della mia identità di italiana ai quali prima d’ora non avevo mai dato la giusta importanza. Accanto al portone di casa, quella mattina ho trovato un’immagine dipinta a spray, riportata con uno stencil, raffigurante tre caravelle in un mare di sangue e una frase: “Nada que celebrar” (niente da festeggiare). In realtà, tutto il quartiere ne era tappezzato. Più tardi, qualcuno in ufficio ha scherzato sul fatto che proprio quel giorno fosse nata la figlia di una nostra collega italiana, il cui compagno è messicano, stabilendo che la bambina fosse categoricamente spagnola perché nata in Spagna (una sorta di “ius soli quando piace a noi”) in un esercizio di semplificazione irrealizzabile quando si parla di cultura e identità. Qualcun altro, poi, si è preoccupato di inviarmi un tweet dove l’autore, spagnolo, paragonava l’espansione dell’Impero romano alla conquista dell’America.

Il punto, così evidente che stare a spiegarlo lo rende quasi banale, è che le date del 25 aprile (Liberazione) e del 2 giugno (Repubblica) in Italia intendono celebrare valori di democrazia e libertà che stanno a cuore a tutti, anche a chi per fortuna non ha dovuto mai rimpiangerli. Quando un italiano il 12 ottobre si sente perplesso e riflette su cosa si stia realmente celebrando, non lo fa né per attaccare l’identità culturale dell’altro né per imporre la sua. Lo fa perché è la sua memoria a chiedergli di condividere quei valori di cui parlavo prima con chi gli sta attorno, chiunque esso sia. È come il dono che l’ospite rende a chi lo accoglie a casa sua.

Per quanto complicata, corrotta e disincantata sia la situazione italiana (senza la quale probabilmente molti di noi sarebbero a casa) io so che le valigie degli italiani e delle italiane in giro per il mondo pesano tanto perché sono piene di memoria, una memoria che va difesa e preservata a qualunque costo. È il pilastro che regge l’identità di chi ha deciso (liberamente o perché ha dovuto) di lasciare l’Italia e andare altrove, l’ancora che continua a tenerci attaccati alla nostra terra pur navigando in acque straniere. È per questo che il prossimo 25 aprile ci sarò, ci saremo e ci sentirete da lontano gridare quanto ci è cara questa libertà.

4 comentarios


  1. Auguri cara Francesca, oggi rispetto l’italia più che ieri. Tu fai grande il tuo paese, la sua cultura, la sua gente e soprattutto la sua memoria. Baci e abbracci da Cecilia, una “gaditana” che ti vuole bene.


    1. Grazie per leggere il nostro post. E’ pieno di identitá, un gran lavoro di analisi introspettivo e non solo, necessari per non perdersi in mezzo ad un processo migratorio.


  2. Per Fortuna le valige degli Italiani in giro per il mondo oltre a “pesare tanto perché sono piene di memoria” si “arricchiscono” del peso della cultura del paese che Li accoglie! Tutto questo dovrebbe garantire tanti valori! Grazie per questo post


    1. Buongiorno, come figlia di questa diaspora sparsa anche in Colombia, paese dove sono emigrati i miei nonni, ribadisco che la richezza culturale è inestimabile. Si devono considerare aspetti come Cultura ed storia sia del paese di origine che del paese di accoglienza. Nonostante, c’è un punto fisso e riguarda ciò che abbiamo portato nella nostra valigia e ed il saper conferire valore alla nostra identità! Grazie della sua opinione. Lina Scarpati, co founder di Mujeres en Travesía.

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